Inizierò qui un piccolo excursus attraverso la storia della contraddizione nel pensiero per poi soffermarmi nella seconda parte in una disamina del nostro rapporto nella vita pratica con la contraddizione. Abbiano i miei indulgenti lettori la pazienza di aspettare non più di 48 ore per avere dello scritto una lettura esaustiva.
Il primo a dare uno statuto logico alla contraddizione fu il buon Aristotele che però appena ci si misurò la bandì dalla logica come uno dei mali più nocivi per il pensiero puro. O affermi che A è vera è non A è falso o l'inverso, ma il terzo non è dato non puoi salvare tutti e due. Ad esempio da piccoli siamo spesso chiamati a decidere tra patatine e gelato, coca-cola o Fanta. Scegliere una delle due vuol dire eliminare completamente l'altro senza appello o cassazione.
Il principio di non contraddizione è stato assunto come verità incontestabile da tutta la filosofia successiva. Come poterlo mettere in dubbio? Se io voglio sia A che non A non posso farlo? A molti sembrava un'ingiustizia e quindi arrivò Hegel. Il filosofo di Stoccarda ripensò la contraddizione elevandola a momento fondamentale del processo dialettico. Un dato, un parziale non può crescere se non entra in contatto con il suo opposto, se non si nega, se non si ribalta nella sua negazione. Prendere solo A vuol dire relegare A nella sua parzialità, vuol dire limitarlo. Solo entrando in non A può veramente crearsi qualcosa di nuovo. Il bello però è che anche non A deve incontrare A in una tensione bipolare.
Hegel ha sicuramente rappresentato una svolta per ogni filosofo o pensatore che vuole smascarsi da posizioni troppo estremistiche, ma che non vuole nemmeno porsi su una via di mezzo. La dialettica afferma nello stesso tempo sinistra, destra e centro (diciamo un Mastella anti-litteram, si lo so la battuta è penosa), ma non in un miscuglio indefinito, ma in una sintesi in cui le differenze si delineano nitidamente (il bambino potrà finalmente prendere il gelato al gusto di patatine fritte, si lo anche questa lo è).
L'idea è bella, affascinante. Che fico scelgo tutto In qualche modo Hegel non fa però che rielaborare in chiave moderna quello che era stato il pensiero dei due più grandi sophoi dell'antichità Anassagora di Clazomene e Eraclito di Efeso. Il primo affermava che tutto è in tutto. Tutto è formato da semi, ogni cosa ha una predominanza di un seme di un certo tipo, ma ha anche in sè tutti gli altri tipi di semi. Tutti questi altri tipi di semi possono essere colti soltanto con il Nous, con l'intelletto. Cosa che non si discosta molto dal pensiero Hegeliano dove l'attore che opera nella dialettica è appunto la ragione (Vernunft in senso stretto come contrapposto a Verstand). Stessa cosa diceva anche Eraclito, il mondo è un'armonia di opposti, cogliere questa armonia è compito del Logos (che è un altro modo per dire ragione).
Come già detto la soluzione hegeliana sembrava molto fica (affianciata a quella bella stronzata di tutto ciò che razionale è reale) e devo dire che secondo me su un piano teorico-specultativo funziona. Quando si parla di essere e non essere, di divenire, di Dio, di coscienza non si può prescindere dalla dialettica hegeliana. Ma cosa succede nella vita pratica di tutti i giorni? Siamo veramente in grado di salvare tutto in una grandiosa sintesi da cui poter prendere tutto ciò che ci serve appena ne sentiamo il bisogno?
Un filosofo danese, uno dei più grandi pensatori della storia: Søren Kiekegaard non la pensava proprio così. Per il maestro l'uomo è sempre davanti a un aut aut (o scegli le patatine o il gelato non ci sono cazzi ed è inutile che tenti di commuovere mamma con gli occhi lucidi). La scelta è sempre qualcosa di irriducibile. Se si sceglie qualcosa dobbiamo essere consapevoli che indietro non si può tornare, abbiamo imboccato una strada e dobbiamo proseguire su questa finchè ci reggeranno i piedi. L'uomo è un essere imperfetto e questa imperfezione, questa impotenza derivata dallo scoramento di trovarsi ogni volta davanti a un bivio la si può cogliere nella sua vasta portata soltanto al confronto con l'infinita potenza di Dio. Dio non è buono, anzi fa di tutto per metterti in difficoltà. Tu devi proseguire imperterrito sperando solo nella fede. Abramo rappresenta colui che è posto di fronte a una scelta drammatica (uccidere il proprio figliuolo o disobbedire al creatore?). E chi l'ha messo nella merda sempre lui, l'altissimo.
Ho dato qui un rapido panorama su alcune considerazioni filosofiche, ma come ci relazioniamo noi comuni mortali con la contraddizione? Il cambiare idea in che misura può essere considerato una contraddizione. Qual è il confine che separa queste due istanze? E' grave nel mondo di oggi cadere in contraddizione? A domani il proseguo, siate pazienti.
Nessun commento:
Posta un commento